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lunedì 7 maggio 2012

Favola, principi azzurri pettoruti e trecce alla tirolese

Ve lo ricordate il livetweet selvaggio di Jolly Blu, il film degli 883 per gli amici di Inutile?
Ommioddio, ve lo ricordate!
Adesso c'è un account twitter che offre gratuitamente agli intellettuali quel senso di ribrezzo che tanto vanno cercando e agli altri di ammettere serenamente che Il ragazzo dal kimono d'oro ci piace: StraCult!
Una domenica al mese forevàh sceglieremo un film e lo livetwitteremo; potrete intervenire e proporre anche voi titoli che vi abbiano fatto sognare, a patto che siano brutti, veramente brutti.
Qui sotto trovate lo storify del film di ieri: Favola con Ambra Angiolini quando ancora non abitava nelle canzoni del boccoloso Renga.


Un particolare ringraziamento va alla rivista Inutile, a Matteo Scandolin e alla trasmissione Tourette che ha annunciato il lieto evento.
Buon divertimento!





sabato 28 aprile 2012

A volte ritorno di John Niven



Sono andata al catechismo dalla signorina Ada per anni.

Lei e il suo porro mi spiegavano tutti i fatti di Dio e di suo figlio Gesù Cristo e le punizioni divine se mangiavi troppe caramelle, se usavi la gomma d'altri o se scrivevi "Giovanni è siemo" su un foglietto e lo facevi girare in classe.
Avevo sette anni e le credevo.
Dio era un gigante con la barba di Merlino e la voce che faceva l'eco, Gesù Cristo era quello sempre insanguinato che non lo potevi toccare, sennò ti tagliavi.
Le parole d'ordine erano tre, come la Trinità: Splendore, Timore, Giudizio.
Poi sono diventata grande ed ho cominciato a farmi domande. E non ho più smesso.
Come John Niven.
Fare Dio è un lavoro, non dite di no.
Catastrofi, guerre, gente che si ammazza per un parcheggio, Belen che litiga con Emma, gente che considera la Smart una macchina.
Reggereste a tutto questo stress senza prendervi una vacanza?
Pure l'Altissimo ha diritto di scialarsi.
Solo che il tempo in Paradiso scorre diversamente ed al suo ritorno bisogna recuperare secoli e secoli di lavoro.
Bello il Rinascimento, eh? Guarda adesso!
Non basta una buona mano di bianco per cancellare tutto.
Una nuova inondazione, un' altra arca? La volta prima non aveva funzionato tanto bene.
Ci si gioca l'ultima chance, si fa scendere in campo il Figlio, ripulito.
Lunghi capelli biondi boccolosi profumati di Maria ed occhi azzurri di vera bontà.
Niente luci assurde alla Zeffirelli.
New York, il ventre di una vergine del Midwest, una chitarra, un gruppo di aspiranti musicisti fancazzisti e poveracci e il palco di American Popstar.
Una divinità come te e me, che non ha poteri di levitazione e moltiplicazione, che non ruba ma prende in prestito, che beve, ama, canta, che si gode la vita.
Niente pregiudizi, niente costrizioni.
Un solo comandamento: "Fate i bravi".
Un libro imperdibile, dissacrante (mi sembra l'aggettivo giusto), sarcastico, sincero.
E non vi offendete, che tutte quelle cose sulla chiesa e su Benedetto le sapete pure voi.
Anzi, se c'avete l'indirizzo passate, che devo ancora mandargli qualcosa per il compleanno.

A volte ritorno
John Niven
Einaudi

"Ogni volta che canta, Gesù ne sdraia una"
Puoi leggere questa recensione anche su Setteperuno

giovedì 12 aprile 2012

Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande: il dilemma della biancheria intima per Charles Bukowski











C’è chi nasce per vivere in modo ordinario.

Sveglia, colazione, ufficio, moglie, figli, il sesso della domenica mattina in silenzio, il pranzo dalla suocera, il gelato in centro.

C’è chi nasce per vivere ordinato, pettinato, incravattato.

C’è chi viaggia perchè si fa così, che ad Atene ci sono solo quattro pietre e la Tour Eiffel è tutto ferro sprecato.

Poi c’è Charles Bukowski.

E il mondo ordinario/ordinato va a farsi benedire e finisce come un foglio di carta appallottolato in un angolo, di quelli che contengono appunti stupidi o idee brutte.

C’è che lui sa esattamente come vivere, sa come non prendersi in giro, sa come non regalare illusioni.

La vita è bastarda, è così.

I suoi versi non ti indoreranno la pillola, saranno un pugno in pieno viso.
Ti faranno sputare sangue, ti faranno piangere come un bambino perchè è tutto sbagliato, perchè ti sentirai sbagliato.

Ti sentirai un idiota.

Le tue ginocchia si piegheranno davanti alla dolcezza delle onde dei suoi capelli che odorano di sale.

Le sue parole ti faranno vergognare perchè tu non hai rischiato mai veramente.

Questo è “Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande” di Charles Bukowski.

Perchè la poesia è dietro i tuoi occhi.



Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande, Charles Bukowski, Minimum fax

Puoi leggere questa recensione anche su Cosmopolis



sabato 10 marzo 2012

8 marzo fra immagini e parole: una serata speciale

Ne ho visti, di 8 marzo.
Quelli fatti di baldoria, urla in strada e risate fino al mattino.
Quelli che "Hanno aperto le gabbie, diamoci da fare".
Quelli che vedevano ranicchiato in un angolo uno spogliarellista traumatizzato.
Quelli che "Sono allergica alla mimosa!".
Quelli che "Sono morte delle operaie!"
Quelli che, in una biblioteca piccola piccola, si incontrano.
Tre donne, armate di parole e pennelli, dalle anime scarlatte, dalle ombre plumbee.
Doriana Caleandro.
Donna, lavoratrice instancabile, mamma.
Un sorriso indimenticabile, di quelli che ti fanno pensare ad un domani migliore.
Dipinge, lei.
E lo fa come il mare, come esigenza, come istinto.
Annamaria Bruno.
Un' anima turchese che rimanda bagliori argentei.
Scrive, lei.
Silenziosa e morbida come la notte.
Tamara Viola.
Io, soltanto io.
Una mostra affiancata alla poesia per celebrare questo sodalizio, proprio l'8 marzo, proprio in quella biblioteca piccola piccola, a Statte.
Un grazie a chi ha scelto di esserci, a chi ha permesso che tutto questo si realizzasse, alle donne che credono si possa vivere in un paese migliore: Agnese Giandomenico e Maria Rosaria Giannese.
Per chi non c'era, un piccolo dono.


UN ABITO STRANO

Imbrattata di incertezze
ho amato,
mai in due.

In estasi
vorrei andare
e scordarmi
dell’inferno.

Mi dibatto
così travestita
senza sapere
come liberarmi.


Annamaria Bruno





Scava
la vita
la terra arsa
delle tue guance.

Imbianca
la vita
la distesa soffice
delle tue tempie.

Accarezza
la vita
la piega lieve
delle tue labbra.

Si scontra
la vita
coi sogni mancati
le pie illusioni
i sorrisi
scordati
da qualche parte.

  Resta l’odore
di ciò che eri
e i segni
di ciò che sarai.

Tamara Viola












martedì 17 gennaio 2012

Alice senza niente (e pure noi non stiamo tanto bene)

Alice ha trent’anni.
Si è laureata in Scienze politiche, è una che ne sa.
Quante ne sa.

Al contrario della protagonista del romanzo di Carrol, non vive nel paese delle Meraviglie.
Lei le fa.
Con sei euro riesce a mangiare per tre giorni.
Ad ogni colloquio finge di aspirare a diventare qualcosa che mai avrebbe voluto essere: commessa, cassiera, agente immobiliare, volantinista, operatrice telefonica.
Invia curricula a chiunque, dovunque, comunque.
Alice vive con il fidanzato, Riccardo, che è laureato in legge, ma finge di essere vissuto al 242 di Menlove Avenue a Liverpool per darsi un tono come insegnante privato di chitarra.
E’ magra Alice, e triste.
Si chiede, come te e me, perchè una donna che gira video con il cellulare in ufficio urlando “Italia Unoooo!” sia una responsabile del personale e lei no.
Pensa che non sa dove sta andando, che vorrebbe delle bellissime scarpe rosse, fare un figlio, crearsi una famiglia.
Rendere possibile quello che abbiamo tanto disprezzato e trovato sciocco delle nostre madri.
Fa ridere amaro questo libro e non finisce stupidamente con un lieto fine.
Semplicemente, non finisce.
Ecco allora dov’è la meraviglia.
Nell’inventarlo, un finale.
Esattamente come ha fatto l’autore di questo libro, Pietro De Viola, che ha sfruttato al meglio le potenzialità del web permettendo a tutti di scaricare gratuitamente il suo libro che ha contato più di 35000 copie.
Diverso dalla schiera infinita di pagautori, è stato infine pubblicato da Terre di Mezzo.
Alice senza niente, il libro della generazione dei “Sééééééé, magari mille euro!”.
Alice senza niente, Pietro De Viola, Terre di Mezzo editore

Puoi leggere questa recensione anche su www.diunlibro.it

www.primonumero.it