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giovedì 28 giugno 2012

Le cose che non so dire.


Per me Roma sa di rinascita.

Sa di aria nuova.

E’ il cercarsi e il non ritrovarsi mai, nelle strade, nell’architettura dei palazzi, nel cielo inclemente che sembra voler contenere tutti gli umori del mondo nelle sue nuvole.
E’ il cercare di memorizzare ogni particolare.

E’ il perdersi in un quadro di Corot e di Van Gogh e ridere del povero De Chirico.

E’ guardarti mentre con gesti di consumata consuetudine metti su il caffè e mi chiedi come ho dormito e se ho fatto uno dei miei sogni strampalati.

Roma è fare la spesa da Conad suscitando la curiosità di un vecchiarello del quartiere.
“Signorina, è la seconda volta che ci incontriamo nel giro di poche ore. Lei è molto carina. Ma non è di qui, vero? Il suo accento me lo conferma.”
E’ inventarsi una storia verosimile, perchè i fatti miei non te li dico, vecchietto impiccione.

Roma è sedermi a fumare davanti alla finestra ed osservare le bottiglie di plastica anti piccioni che fiammeggiano al sole.
E’ cucinare per te e con te, lamentarmi delle tue pentole, regalarti il cestino per il bagno che non userai mai.

E’ guardarti mentre ti radi, ti spogli, ti lavi i denti.
E’ il non riuscire a dormire dopo la serata più lunga della mia vita, perchè tu stai russando e il tuo divano mi toglie la vita.

E’ il sapere di potermi addormentare al sicuro, anche se al sicuro non lo sono mai.
E’ quel volto, il tuo.

Che mi sembra di conoscere in ogni sua piega,ogni suo colore, ogni sua perfetta imperfezione.

E invece non lo so, non lo so mai davvero.
E mi piace, tanto.










martedì 22 maggio 2012

Morte malinconica del bambino Ostrica di Tim Burton



I bambini.

Creature tenere, dolcissime, indifese, che mandano in sollucchero chiunque agitando le loro paffute manine, che sorridono e sciolgono il ghiaccio artico.

Bambini che noi adulti educhiamo a dire sempre "acie" e "pego", a cui chiediamo di rispettare le regole.


Bambini a cui diciamo che siamo tutti uguali pur avendo la pelle di colore diverso e diverse tradizioni, anche se sappiamo che non è vero e che non si tratta solo di una mera questione etnologica.
Bambini che vestiamo e pettiniamo in un certo modo, a cui regaliamo dei giocattoli piuttosto che altri, a cui insegniamo un concetto di "diversità" più grossolano, che gli fa storcere il naso davanti al compagnuccio che gli propone qualcosa di non convenzionale.
Bambini che vorremmo diventassero adulti migliori di noi.

Eppure continuiamo a trattarli come creature che "non capiscono" e gli raccontiamo favole edulcorando il finale, che un lupo che muore è troppo scioccante.
Non credo che sarà una storia con un lieto fine a proteggerli dalle brutture del mondo: è la conoscenza che fornisce le armi per affrontarle.

Allora chiediamo aiuto a Tim Burton, al suo Morte malinconica del bambino Ostrica, al suo orrore delicato e nostalgico.
Raccontiamogli di questi strambi personaggi: del Bambino Mummia che viene scambiato per una pignatta, di Lalla che sniffava la colla e dei fazzolettini appiccicati al suo nasino, della bambina che si tramutò in letto, dei genitori paurosi che si rivolgono ai medici pur di avere un figlio "normale".
Leggiamo e ridiamo con loro, mostriamogli l'illustrazione della Bambina con molti occhi, spieghiamo loro cosa si nasconde dietro quella miriade di iridi.
Abituiamoli a non giudicare ciò che non conoscono.
Forse scopriremo che anche loro si sentono un po' come il Bambino Supermacchia: dei piccoli super eroi con un solo unico grande potere, quello di farsi amare così come sono.

Morte malinconica del Bambino Ostrica, Tim Burton, Einaudi

Puoi leggere questa recensione anche su La magia di un libro.



venerdì 30 marzo 2012

Mi innamoravo di tutto, specialmente degli scrittori morti (L'unico scrittore buono è quello morto di Marco Rossari)

Caro Marco Rossari,
è la prima volta che scrivo una lettera ad uno scrittore vivo.
Ne ho avuto conferma leggendo la bandella del tuo libro, dove qualcuno afferma che sei nato.
Non ci sono croci, per cui ho deciso di fidarmi.
De “L’unico scrittore buono è quello morto” ho portato il segno qualche giorno.
In fronte.
Non tipo marchio del demonio, però evidente ecco.
Dillo agli amici tuoi librai che espongano il libro più in basso la prossima volta, che non tutte siamo state baciate dagli Dei.
Appena l'ho avuto fra le mani (mie e quelle che fanno segni) ho pensato: che brutta copertina.
Non era meglio la foto con la faccina spaventata su Pulp?
E mentre perdevo autobus, rischiavo di farmi investire, giungevo a Roma senza rendermene conto, mi alzavo dalla tazza con le gambe intorpidite capivo che eri come me.
Che tu, queste genti ormai decomposte, le amavi.
E poco importava la forma che assumevano, se viscidi e veloci come scarafaggi, se con la barba lunga da Babbo Natale e quella bella scriminatura precisa, se stempiati ed immortali con i loro versi, se stanchi ed infreddoliti dopo le lunghe passeggiate per Dublino, se sbronzi ed infelici nel letto di una sconosciuta.
Tu le amavi.
E pure io ti amo, Marco Rossari.
Perchè sai ridere di questo strano, pazzo di mondo di scribacchini che vorrebbero passare ai posteri, che dedicano libri alle fidanzate senza avere ancora un incipit, che stalkerano la luna e urlano le loro poesie per strada.
Non meriti di stare ad impolverarti su uno scaffale così alto.
(Si, la botta è stata forte.)
Con te, apro una “nuova, entusiasmante stagione di fallimenti” e dico basta ai compleanni festeggiati con il cartonato di Bukowski accanto alla torta.
Vuoi diventare il mio scrittore vivo preferito?
Spuntàla.

L'unico scrittore buono è quello morto, Marco Rossari, Edizioni E/O, 2012

Puoi leggere questa recensione anche su SettePerUno

venerdì 23 marzo 2012

Com'è terribile il senso di straniamento dall'esistenza quando hai gli operai in casa.

Avere gli operai in casa, si sa, può diventare una fonte di stress terribile.
Polvere ovunque.
La sensazione che la tua storia sia tutta in quei calcinacci e che tu possa cambiare con una porta nuova.
Anche se poi resta tutto come prima.
A voi e alle sopracciglia impolverate dei muratori, dedico i miei Sonetti Edili.
Buon divertimento!



Calcinaccio n. 1

Non ho più la porta del bagno.
Non ho più la porta della mia stanza.
Non ho più una vita.


Calcinaccio n. 2

Vibrante sveglia a destare
il mio sonno.
Simposi di paste al forno
a inaugurare
polverose colazioni
e caffè sulla piastra
come novizia giovane Marmotta.


Calcinaccio n.3

Canzoni anni ottanta e bestemmie
mentre mattoni a pasta intera
solidificano ingressi
per nuovi baccanali.




ps. L'operaio nella foto è da intendersi come puro riferimento all'attività.
Per le sembianze direzione Lourdes.