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venerdì 16 marzo 2012

Uccidere il padre: Omicidiamolo! (Amélie Nothomb)

Uccidere il padre è un dovere di tutti noi. Solo così possiamo crescere.
Edipo prima e Freud poi ce l’hanno insegnato.
Oggi, Amélie Nothomb prende quel concetto e ne infuoca il significato: possiamo desiderare di uccidere un padre che non è “biologicamente” nostro?
 Su questo dilemma si impernia il ventesimo romanzo della scrittrice belga, “Uccidere il padre”.
Joe Whip, quindicenne, viene scacciato dalla sgangherata famiglia d’origine.
È un ragazzino strambo, inquietante, attratto dalla magia e dai giochi di prestigio.
Di questo sopravvive, esibendosi per pochi soldi nei bar di Reno, in Nevada.
Poi, l’incontro che gli cambia la vita: Norman Terence, il mago più abile della zona, si accorge della sua straordinaria bravura.
Diventa il suo maestro, suo padre, suo mentore.
Terence ha una compagna bellissima, una flessuosa e sensuale fire dancer di nome Christina, che ogni anno si esibisce al Burning Man, evento dedicato agli acrobati di tutto il mondo.
Proprio Christina diventa motivo di contesa tra i due, un amore che rasenta l’ossessione e il delirio, sullo sfondo vivido del deserto infuocato.
Un rincorrersi che diventa crescita per uno e desiderio di affermazione del ruolo di padre (seppur putativo) per l’altro.
Un romanzo di formazione in bilico tra realtà e incanto, odio accecante e amore sconfinato.

Amélie Nothomb, Voland, 2012

Puoi leggere questa recensione anche su Cosmopolis.

mercoledì 21 dicembre 2011

Metafisica dei Tubi (ed io che pensavo bastasse il Viakal) di Amélie Nothomb

C’era una volta Amélie Nothomb.
Abito lungo nero, cappotto in velluto, cappello sagomato che Jamiroquai le ruberebbe volentieri, labbra scarlatte.
Si, proprio quella lì, quella che Daria Bignardi ha trattato così. ma prima, quando era soltanto un Tubo Innocente.
Un tubo-bambina in tutto e per tutto pari ad un complemento d’arredo, simile a quella terribile bambola in porcellana di Capodimonte che vi ha regalato vostra zia.
Una deliziosa pianta ornamentale priva di vitalità, dedita solo all’immagazzinamento e all’escrezione.
Dio del mondo e di se stessa, cieca dell’avvicendarsi delle stagioni e dell’allineamento dei pianeti.
Poi.
Poi arriva lui. Dolce, profumato, sensuale, capace di travolgere i sensi.
IL. CIOCCOLATO. BIANCO. BELGA.
Come può l’esistenza essere solo tubo se si è in grado di provare un tale piacere?
Amelie, proprio come le maître chocolatier Lindt, nasce per la seconda volta e con lei danza, ebbro di endorfine, il suo io interiore che conosce e sperimenta l’amore, la morte, il disgusto, l’orrore, la follia, la paura.
La vita, quella che si agita confusa come una falena intrappolata in un vaso.
E lei lo sa, noi lo sappiamo, che tutto passa, che quello a cui siamo legati prima o poi ci lascerà.
Cosa ci resta, allora? Il ricordo.
“Non ho dimenticato nulla che valesse la pena ricordare: il colore verde dell’acqua del lago dove ho imparato a nuotare, l’odore del giardino, il sapore dell’alcol di prugna assaggiato di nascosto… [...]”
E voi?
Avete forse dimenticato il tenero, dolce alito pestilenziale di Marco, il vostro primo amore?
Il libro è bello, bellissimo.
Se poi non volete comprarlo, ve lo regalo io.

Amélie Nothomb, Metafisica dei tubi, Voland edizioni, 121 pp., 2002

Puoi leggere questa recensione anche su http://www.diunlibro.it/